Pensavate che fossi entrato
in depressione a forza di sentirmi dare gli auguri, o che fossi
sparito per sempre alle Seychelles con tutti i miei risparmi portandomi dietro anche il mio tono cosi' poco professionale, eh? E invece eccomi qui. Indi per cui, quello che segue è il
risultato di un insieme di informazioni “di base” che ho acquisito sugli albori del calcio femminile. Un riassunto limitato (almeno per adesso) ai confini dello scenario
inglese, là dove appunto tutto "avrebbe" preso vita (proprio come per
i colleghi maschietti). Naturalmente spero di aver fatto un buon
lavoro, riportando cioè il più possibile esattezze e verità
dinanzi agli occhi del lettore (e delle lettrici!).
Adri

INGHILTERRA,
1863 - Nasce
la Football Association (FA), e vengono cosi' concordate le regole
ufficiali del gioco. Dal 1890 anche le donne cominciano a creare le proprie
squadre e ad organizzare dei tornei, ma mediamente la stampa è riluttante a
sostenere tali eventi, e vengono pubblicate molte
illustrazioni satiriche che sostengono che il calcio è uno sport troppo fisico
ed inelegante perché esse possano prendervi parte. Nonostante ciò, il movimento non si ferma, e nel 1895, a Londra, nasce ufficialmente quella che ancora oggi viene considerata la prima associazione: il British Ladies Football Club.
La capitana è Nettie Honeyball (all'anagrafe probabilmente Mary Hutson), e la scrittrice scozzese Lady Florence Dixie ne è la presidentessa (sua la frase "the girls should enter into the spirit of the game with heart and soul"; "le ragazze dovrebbero entrare nello spirito del gioco con il cuore e con l'anima"). Quando alla Honeyball viene chiesto il perché ha voluto creare una squadra, lei risponde: “Perché no? Le donne non sono brave quanto gli uomini? Noi donne sopportiamo da troppo tempo il degrado di una presunta inferiorità rispetto all'altro sesso. L’argomento è nella mia mente da anni. Se gli uomini possono giocare a calcio, possono farlo anche le donne”.

Nettie l'anno prima aveva fatto pubblicare sul Daily Graphic un annuncio per reclutare altre ragazze che volessero partecipare al progetto: risposero in una trentina circa. Non viene data loro la possibilità di usare lo stadio The Oval, ma ottengono l’accesso al Nightingale lane, ovvero il campo (in terra battuta) adiacente all’ippodromo Alexandra Park. Gli allenamenti sono bisettimanali, e l'allenatore è Bill Julian (centrocampista del Tottenham).
Ne consegue che il 23 marzo del 1895, in loco, la "nostra" organizza la prima partita di calcio femminile (intesa come evento pubblico). La sfida è fra le giocatrici del British Ladies Football Club stesso, divise per l'occasione tra le inglesi del sud e quelle del nord. Finisce col risultato di 7-1 per queste ultime, e gli spettatori sono più di 11.000 (certa stampa, intanto, insiste con la denigrazione, e lamentando tra le varie cose il fatto che delle donne possano far pagare dei biglietti e guadagnare con il calcio).
Il British Ladies Football Club continua a giocare altre partite davanti ad un pubblico numerosissimo. Il 6 aprile, ad esempio, partecipa al Charity Festival of Football al Preston Park di Brighton: l’evento è una raccolta fondi in favore di enti benefici, e viene incassata una somma importante grazie ai circa 5.000 paganti presenti. Il Club, però, ha vita breve: nel 1896 si scioglie a causa di problemi finanziari.

Facciamo ora un balzo in avanti di alcuni anni, ed arriviamo ad uno dei periodi più sanguinosi della storia, ovvero la prima guerra mondiale (1914-18), quando
il movimento vive una svolta in seguito ad un incremento di appassionate/i e praticanti scaturito da almeno due fattori: uno è quello della maggiore partecipazione alle attività sportive in generale dovuta al particolare bisogno di svago e socialità in alternativa all'alienazione vissuta durante i turni di lavoro nelle fabbriche, luoghi nei quali vi è un incremento della richiesta di manodopera femminile (anche nel settore bellico) per riempire il vuoto conseguente alla chiamata alle armi degli uomini. L'altro è la sospensione dei campionati maschili da parte della FA (1915), ragion per cui le partite femminili diventano sempre più popolari.
Tanto per avere un quadro ancora più chiaro, durante la guerra vengono fondate circa 150 squadre, e tra queste, nel 1917, la Dick, Kerr's Ladies Football Club (👉qui il sito, e 👉qui le ragazze in azione!), per mano delle operaie della Dick, Kerr & Company di Preston, la quale diventerà una delle compagini di maggior successo dell'epoca (nel 1920 una loro partita contro le St Helens' Ladies al Goodison Park di Liverpool attirerà 53.000 spettatori). La loro giocatrice di spicco è Lily Parr (più di 1000 gol in carriera), ma restando in tema di attaccanti un grande apporto è anche quello dato dalle prestazioni di Florrie Redford (170 gol).
IL DIVIETO DELLA FOOTBALL ASSOCIATION - “Viste le proteste per il calcio giocato dalle donne, il Consiglio sente di dover esprimere un’opinione forte sul fatto che il gioco del calcio non è adatto alle femmine e non dovrebbe essere incoraggiato. Per queste ragioni il Consiglio richiede che i club appartenenti alla Federazione rifiutino di concedere i campi da gioco per queste partite”. Parola più parola meno, è cosi' che la FA dal 1921 al 1971 vieta di praticare calcio nelle "proprie" strutture alle donne, le quali di conseguenza si organizzano da sole promuovendo le partite nei parchi pubblici, in quelli di rugby ed in generale nei luoghi che possano ospitare un gran numero di persone; e sempre nel 1921 fondano formalmente la English Ladies Football Association (che vede l'affiliazione di una trentina di squadre).

Questi alcuni dei numeri di afflusso alle partite nell'anno in questione, prima del decreto della Federazione: 33.500 spettatori a Manchester, 25.000 a Liverpool, 27.000 a Coventry, 33.000 a Bolton, 27.000 a Leeds: è la goccia che fa traboccare il vaso. All'origine della messa al bando c'è anche il timore che il sempre più crescente movimento possa oscurare quello del calcio maschile (i cui campionati, dopo la fine della guerra, erano ripresi dalla stagione 19/20), cosi' che si intensificano ostilità e contrapposizioni mediatiche: il football è (di nuovo) uno sport che rende la femmina "poco graziosa", la mette fisicamente in pericolo, ne mina la fertilità, etc. A dire la loro in tal senso infatti non sono solo giornalisti ed ex-calciatori, ma stavolta anche i medici, tra i quali fanno capolino pure due donne: la dottoressa Mary Scharlieb, il cui pensiero è, appunto, che il calcio è un gioco inadatto per una determinata struttura fisica ("I consider it a most unsuitable game, too much for a woman's physical frame"), e, a ruota, Elizabeth Sloan Chesser ("Ci sono ragioni fisiche per cui il gioco è dannoso per le donne. È un gioco duro in qualsiasi momento, ma è molto più dannoso per le donne che per gli uomini. Possono subire infortuni dai quali non si riprenderanno mai").
La FA accusa inoltre che un inadeguata parte dei ricavati degli
eventi calcistici organizzati nel femminile è stata devoluta in
beneficenza; lo fa senza presentare uno straccio di prova, e mentre le squadre maschili sono esenti dall'obbligatorietà di devolvere parte degli incassi per scopi benefici. In
risposta a tutto questo, la capitana del Plymouth Jessie ‘Jean’ Boultwood afferma che il divieto non è altro
che un “puro pregiudizio sessuale”, e che la FA è indietro di cento anni.
Le
cose iniziano a cambiare dal 1969, quando le rappresentanti di 44
squadre si riuniscono per il primo incontro della Federcalcio
femminile. Dopo continue pressioni sulla FA, il divieto viene revocato
due anni dopo. Le ragazze ora possono giocare sugli stessi
campi delle squadre maschili, e tornano le partite ufficiali del
campionato.
