Combine, bugie, doping e morti sospette: il calcio raccontato da Carlo Petrini
Questo
post evidentemente non ha nulla a che fare né con le grife, né con
il calcio femminile, bensì fondamentalmente con il mio desiderio di
dare ulteriore voce al fu Carlo
Petrini (Monticiano,
29/03/1948; Lucca, 16/04/2012), non tanto per chissà quale ferrea questione di principio, o addirittura per purismo o moralismo, quanto
ancor più semplicemente perché ritengo giusto che ciò che scrisse
abbia il suo posto anche qui, per essere quantomeno motivo
di riflessione; e se questa scaturirà più pareri pro o più contro, ci dormo sopra lo stesso. Ognuno, infatti, ha ovviamente il pieno diritto di
prendere le sue dichiarazioni come oro colato, piuttosto che
considerarle seriamente ma con senso critico, oppure di ritenerle
solo ed esclusivamente delle falsità, e via discorrendo. La vita
ruota attorno ai nostri bisogni e a ciò che di noi proiettiamo al di
fuori per poterli in un modo o nell'altro appagare; per cui se ciò che espresse Carlo si
confà ad alcune di queste necessità di chi legge, oppure ad altre,
il mio suddetto intento resta in ogni caso inalterato.
Detto ciò, non ricordo il momento né il periodo preciso nel quale del monticianese ne scoprii l'esistenza, ma probabilmente fu poco prima che questa terminò; resta il fatto che sono un bel pò di anni, e sin da subito mi tuffai a capofitto nelle storie da lui raccontate (che più volte ho riportato nelle discussioni calcistiche tra conoscenti e non), e tralascio volentieri dall'addentrarmi in una descrizione di ciò che per me tutto questo ha significato e ancora significa; se e dove, quanto, come e perché ho dubbi piuttosto che certezze, quali e quanti episodi mi hanno più colpito nel senso ironico o triste del termine, e così via, perché dovrei scrivere veramente troppo, e non sono in vena di farlo, né - senza offesa per nessuno - ho la convinzione che ne varrebbe la pena.
Buona lettura, visione ed ascolto.
Adri
BREVE
INTRODUZIONE SU “PEDRO”
“Mi
facevano un po’ pena i tifosi che credevano che noi giocatori
fossimo legati alla maglia: noi eravamo solo legati al contratto, a
quello che ci conveniva, ai nostri interessi. Il nostro attaccamento
alla squadra e alla maglia erano a pagamento, erano un mestiere”(In
relazione al calcio degli anni 70, da“Nel
fango del Dio pallone”)
Il passaggio alla Roma (1976)
Attaccante
e allenatore attivo dalla metà degli anni 60 per una ventina di
stagioni (inframezzate dalla squalifica inflittagli in seguito al
coinvolgimento nel famoso caso del calcioscommesse del 1980), dopo aver smesso (1986) entrò nella gestione di una società finanziaria,
ma in seguito all'accumulo di debiti, nel 1989 fuggì in
Francia, dove rimase anche quando il diciannovenne e suo figlio Diego
(uno dei tre), ricoverato al Galliera di Genova per un tumore al
cervello (e anch'esso giocatore, nelle giovanili della Sampdoria)
fece un appello attraverso i media per poterlo vedere l'ultima volta.
“Le
sue pagine, cariche di amarezza, sono un monito per i giovani a non
cadere nella trappola del doping e per i tifosi a non fidarsi di un
calcio ciclicamente truccato” (da undicicontati.it)
Rientrato definitivamente in Italia nel 1998, e già con problemi
alla vista che attribuiva perlomeno in gran parte all'uso importante di sostanze che dichiarò di aver assunto per tutta la durata della propria attività di
calciatore, spinto - a suo dire- dal voler lenire il dolore scaturito dalla perdita
di Diego, dalla rabbia, e da un desiderio di giustizia e di tutela
nei confronti dei giovani in procinto di cominciare un percorso
calcistico, intraprese la strada dello scrittore, sfogando e
riversando su carta i propri sentimenti legati a tutta la sua
carriera, incentrandosi per l'appunto sul doping, ma anche sulle partite combinate, e descrivendo e raccontando numerose situazioni ed episodi inerenti la propria mentalità e stile di vita come quello degli
altri calciatori, gli intrighi e le ipocrisie di dirigenti,
allenatori, presidenti, giornalisti sportivi, e chi più ne ha più
ne metta. Un fiume in piena che dagli albori del nuovo millennio fino
alla morte (negli anni aveva sviluppato più tumori, di cui uno al cervello come il figlio) pubblicò una serie di libri tra i quali anche uno dedicato esclusivamente alla vicenda sulla morte del giocatore del Cosenza Donato Bergamini ("Il calciatore suicidato"), e in generale fece pressoché tabula rasa con un linguaggio semplice, schietto, “da strada”, affiancando all'impegno di scrittore anche le dichiarazioni
rilasciate in diverse interviste (e senza
risparmiare pureil Genoada tutto questo, quando raccontò degli inizi), e tanto altro, di cui l'approfondimento nei links e in particolare nell'audio e nei video pubblicati di seguito.
LA CARRIERA -(64-65) Genoa, (65-66) Lecce, (66-68) Genoa, (68-69) Milan, (69-71) Torino, (71-71) Varese, (72-74) Catanzaro, (74-75) Ternana, (75-76) Roma, (76-77) Verona, (77-78) Cesena, (79-80) Bologna, (82-83) Savona, (83-84) Cuneo, (84-85) Rapallo S. Desiderio, (85-86) Rapallo Ruentes (allenatore). I LIBRI -Nel fango del Dio pallone (2000), Il calciatore suicidato (2001), I pallonari (2003), Senza maglia e senza bandiera (2004), Scudetti dopati (2005), Le corna del diavolo (2006), Calcio nei coglioni (2007), Piedi nudi (2010), Lucianone da Monticiano (2012).
"Venivamo
da famiglie poverissime. Mio padre era morto a 40 anni, di Tetano.
Rifiutare le punture, le pastiglie di Micoren o le terapie selvagge
ai raggi X, significava essere eliminati. Fuori dal circo. Indietro,
in cantina, senza ragazze o macchine di lusso. Nei nostri miserabili
tinelli, con la puzza di aringa che mia madre metteva in tavola un
giorno sì e l'altro anche"(Da
"Il
fatto quotidiano",
28 dicembre 2011)
Intervista audio/presentazione del libro "Nel fango del Dio pallone" (02/12/2001)
Intervista audio/presentazione del libro "Il calciatore suicidato" (2001)
Intervista (a cura di Diego Bianchi/Excite; 2006)
"Carlo Petrini, storia di doping e di scommesse" (Reportage di Herve Bricca, 2011)
Centravanti nato (documentario completo, 2007)
Il racconto della combine tra Bologna e Juventus (gennaio 1980)
"Nei
primi mesi dell'89 mi resi conto che non avrei potuto cavarmela con
un semplice fallimento: fra i miei creditori, oltre alle banche,
c'erano fior di mafiosi, ai quali dovevo centinaia di milioni. Una
situazione drammatica non solo per me, ma anche per la mia ex moglie
e i miei figli. Scappare all'estero fu l'unica idea che mi venne in
testa, l'unica possibilità per mettere al sicuro me stesso e,
indirettamente, la mia famiglia. Può un uomo lasciare sua madre,
l'ex moglie e i figli in mezzo al casino di quasi 2 miliardi di
debiti con banche e mafiosi, facendoli portar via le case dove
abitavano senza dargli più una lira per vivere? Sì, io l'ho fatto,
io ho fatto tutto questo. Anche perché non ero un uomo ma una
caricatura, ero un uomo solo di età e solo perché avevo il caz*o,
mentre il cervello ce l'avevo come quello di un ragazzino egoista e
vigliacco che il sentimento e la responsabilità non sapeva neanche
cosa fossero.
Poi capitò un fatto che mi spaventò come un
terremoto. La vista, all'improvviso, mi si annebbiò, e nel giro di
qualche minuto diventai completamente cieco. Avevo un glaucoma agli
occhi. L'occhio sinistro restò completamente spento. Quello destro
si riaccese di una luce incerta, ero diventato mezzo cieco. Una sera
di metà giugno '95, poco dopo le ore 20, telefonai a mia madre dalla
solita cabina. Mi spiegò che i telegiornali, pochi minuti prima,
avevano trasmesso un appello di Diego: mio figlio era all'ospedale,
stava morendo per un tumore alla testa, voleva vedermi un'ultima
volta. Telefonai a mio figlio Giancarlo, che era all'ospedale per
stare vicino a suo fratello: «Papà, quando arrivi? Diego ti vuole
salutare».
La testa mi scoppiava, avrei voluto correre da mio figlio
che stava morendo, ma avevo paura per me. Il sabato chiamai Giancarlo
nel primo pomeriggio, mi disse che Diego era morto. Uscii dalla
cabina, mi accucciai per terra e feci quello che da quand'ero piccolo
non avevo mai più fatto: scoppiai a piangere. Due passanti si
fermarono, mi chiesero se avevo bisogno di aiuto, dissi che ormai non
avevo più bisogno di niente. Restai lì a piangere con la testa fra
le mani. Non credo che mio figlio potesse avere un padre più
vigliacco di quello che ha avuto, fino all'ultimo suo giorno di vita.
E quel padre vigliacco sono io, che l'ho lasciato da solo anche
davanti alla morte. Se Dio c'è, è un gran bastardo: si è preso un
ragazzo di diciannove anni, e ha lasciato qui un essere come me."
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