martedì 31 dicembre 2024

Combine, bugie, doping e morti sospette: il calcio raccontato da Carlo Petrini


Questo post evidentemente non ha nulla a che fare né con le grife, né con il calcio femminile, bensì fondamentalmente con il mio desiderio di dare ulteriore voce al fu Carlo Petrini (Monticiano, 29/03/1948; Lucca, 16/04/2012), non tanto per chissà quale ferrea questione di principio, o addirittura per purismo o moralismo, quanto ancor più semplicemente perché ritengo giusto che ciò che scrisse abbia il suo posto anche qui, per essere quantomeno motivo di riflessione; e se questa scaturirà più pareri pro o più contro, ci dormo sopra lo stesso. Ognuno, infatti, ha ovviamente il pieno diritto di prendere le sue dichiarazioni come oro colato, piuttosto che considerarle seriamente ma con senso critico, oppure di ritenerle solo ed esclusivamente delle falsità, e via discorrendo. La vita ruota attorno ai nostri bisogni e a ciò che di noi proiettiamo al di fuori per poterli in un modo o nell'altro appagare; per cui se ciò che espresse Carlo si confà ad alcune di queste necessità di chi legge, oppure ad altre, il mio suddetto intento resta in ogni caso inalterato.

Detto ciò, non ricordo il momento né il periodo preciso nel quale del monticianese ne scoprii l'esistenza, ma probabilmente fu poco prima che questa terminò; resta il fatto che sono un bel pò di anni, e sin da subito mi tuffai a capofitto nelle storie da lui raccontate (che più volte ho riportato nelle discussioni calcistiche tra conoscenti e non), e tralascio volentieri dall'addentrarmi in una descrizione di ciò che per me tutto questo ha significato e ancora significa; se e dove, quanto, come e perché ho dubbi piuttosto che certezze, quali e quanti episodi mi hanno più colpito nel senso ironico o triste del termine, e così via, perché dovrei scrivere veramente troppo, e non sono in vena di farlo, né - senza offesa per nessuno - ho la convinzione che ne varrebbe la pena.

Buona lettura, visione ed ascolto.
Adri

 BREVE INTRODUZIONE SU “PEDRO” 

Mi facevano un po’ pena i tifosi che credevano che noi giocatori fossimo legati alla maglia: noi eravamo solo legati al contratto, a quello che ci conveniva, ai nostri interessi. Il nostro attaccamento alla squadra e alla maglia erano a pagamento, erano un mestiere” (In relazione al calcio degli anni 70, da Nel fango del Dio pallone)

Il passaggio alla Roma (1976)

Attaccante e allenatore attivo dalla metà degli anni 60 per una ventina di stagioni (inframezzate dalla squalifica inflittagli in seguito al coinvolgimento nel famoso caso del calcioscommesse del 1980), dopo aver smesso (1986) entrò nella gestione di una società finanziaria, ma in seguito all'accumulo di debiti, nel 1989 fuggì in Francia, dove rimase anche quando il diciannovenne e suo figlio Diego (uno dei tre), ricoverato al Galliera di Genova per un tumore al cervello (e anch'esso giocatore, nelle giovanili della Sampdoria) fece un appello attraverso i media per poterlo vedere l'ultima volta.


Le sue pagine, cariche di amarezza, sono un monito per i giovani a non cadere nella trappola del doping e per i tifosi a non fidarsi di un calcio ciclicamente truccato” (da undicicontati.it)

Rientrato definitivamente in Italia nel 1998, e già con problemi alla vista che attribuiva perlomeno in gran parte all'uso importante di sostanze che dichiarò di aver assunto per tutta la durata della propria attività di calciatore, spinto - a suo dire- dal voler lenire il dolore scaturito dalla perdita di Diego, dalla rabbia, e da un desiderio di giustizia e di tutela nei confronti dei giovani in procinto di cominciare un percorso calcistico, intraprese la strada dello scrittore, sfogando e riversando su carta i propri sentimenti legati a tutta la sua carriera, incentrandosi per l'appunto sul doping, ma anche sulle partite combinate, e descrivendo e raccontando numerose situazioni ed episodi inerenti la propria mentalità e stile di vita come quello degli altri calciatori, gli intrighi e le ipocrisie di dirigenti, allenatori, presidenti, giornalisti sportivi, e chi più ne ha più ne metta. Un fiume in piena che dagli albori del nuovo millennio fino alla morte (negli anni aveva sviluppato più tumori, di cui uno al cervello come il figlio) pubblicò una serie di libri tra i quali anche uno dedicato esclusivamente alla vicenda sulla morte del giocatore del Cosenza Donato Bergamini ("Il calciatore suicidato"), e in generale fece pressoché tabula rasa con un linguaggio semplice, schietto, “da strada”, affiancando all'impegno di scrittore anche le dichiarazioni rilasciate in diverse interviste (e senza risparmiare pure il Genoa da tutto questo, quando raccontò degli inizi), e tanto altro, di cui l'approfondimento nei links e in particolare nell'audio e nei video pubblicati di seguito.

LA CARRIERA - (64-65) Genoa, (65-66) Lecce, (66-68) Genoa, (68-69) Milan, (69-71) Torino, (71-71) Varese, (72-74) Catanzaro, (74-75) Ternana, (75-76) Roma, (76-77) Verona, (77-78) Cesena, (79-80) Bologna, (82-83) Savona, (83-84) Cuneo, (84-85) Rapallo S. Desiderio, (85-86) Rapallo Ruentes (allenatore). I LIBRI - Nel fango del Dio pallone (2000), Il calciatore suicidato (2001), I pallonari (2003)Senza maglia e senza bandiera (2004), Scudetti dopati (2005), Le corna del diavolo (2006), Calcio nei coglioni (2007), Piedi nudi (2010), Lucianone da Monticiano (2012). 

LINKS CON ACCESSO DIRETTO AD ARTICOLI, INTERVISTE ED APPROFONDIMENTI - wikipediamagliarossonera.it; storiedicalcio.altervista.orgsportpopolare.it.

"Pedro" al Genoa (stagione 66/67)

"Venivamo da famiglie poverissime. Mio padre era morto a 40 anni, di Tetano. Rifiutare le punture, le pastiglie di Micoren o le terapie selvagge ai raggi X, significava essere eliminati. Fuori dal circo. Indietro, in cantina, senza ragazze o macchine di lusso. Nei nostri miserabili tinelli, con la puzza di aringa che mia madre metteva in tavola un giorno sì e l'altro anche" (Da "Il fatto quotidiano", 28 dicembre 2011)


Intervista audio/presentazione del libro "Nel fango del Dio pallone" (02/12/2001)
Intervista audio/presentazione del libro "Il calciatore suicidato" (2001)
Intervista (a cura di Diego Bianchi/Excite; 2006)

"Carlo Petrini, storia di doping e di scommesse" (Reportage di Herve Bricca, 2011)

Centravanti nato (documentario completo, 2007)

Il racconto della combine tra Bologna e Juventus (gennaio 1980)


"Nei primi mesi dell'89 mi resi conto che non avrei potuto cavarmela con un semplice fallimento: fra i miei creditori, oltre alle banche, c'erano fior di mafiosi, ai quali dovevo centinaia di milioni. Una situazione drammatica non solo per me, ma anche per la mia ex moglie e i miei figli. Scappare all'estero fu l'unica idea che mi venne in testa, l'unica possibilità per mettere al sicuro me stesso e, indirettamente, la mia famiglia. Può un uomo lasciare sua madre, l'ex moglie e i figli in mezzo al casino di quasi 2 miliardi di debiti con banche e mafiosi, facendoli portar via le case dove abitavano senza dargli più una lira per vivere? Sì, io l'ho fatto, io ho fatto tutto questo. Anche perché non ero un uomo ma una caricatura, ero un uomo solo di età e solo perché avevo il caz*o, mentre il cervello ce l'avevo come quello di un ragazzino egoista e vigliacco che il sentimento e la responsabilità non sapeva neanche cosa fossero.

Poi capitò un fatto che mi spaventò come un terremoto. La vista, all'improvviso, mi si annebbiò, e nel giro di qualche minuto diventai completamente cieco. Avevo un glaucoma agli occhi. L'occhio sinistro restò completamente spento. Quello destro si riaccese di una luce incerta, ero diventato mezzo cieco. Una sera di metà giugno '95, poco dopo le ore 20, telefonai a mia madre dalla solita cabina. Mi spiegò che i telegiornali, pochi minuti prima, avevano trasmesso un appello di Diego: mio figlio era all'ospedale, stava morendo per un tumore alla testa, voleva vedermi un'ultima volta. Telefonai a mio figlio Giancarlo, che era all'ospedale per stare vicino a suo fratello: «Papà, quando arrivi? Diego ti vuole salutare».

La testa mi scoppiava, avrei voluto correre da mio figlio che stava morendo, ma avevo paura per me. Il sabato chiamai Giancarlo nel primo pomeriggio, mi disse che Diego era morto. Uscii dalla cabina, mi accucciai per terra e feci quello che da quand'ero piccolo non avevo mai più fatto: scoppiai a piangere. Due passanti si fermarono, mi chiesero se avevo bisogno di aiuto, dissi che ormai non avevo più bisogno di niente. Restai lì a piangere con la testa fra le mani. Non credo che mio figlio potesse avere un padre più vigliacco di quello che ha avuto, fino all'ultimo suo giorno di vita. E quel padre vigliacco sono io, che l'ho lasciato da solo anche davanti alla morte. Se Dio c'è, è un gran bastardo: si è preso un ragazzo di diciannove anni, e ha lasciato qui un essere come me." 

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